Tedescotraduzioni

pubblicazione libro di Lucas Edel ; traduttore Gianni Casoni

Informazioni sui mass-media – Belletristica/Antologia/Psicologia – 03.1.2012

 

„ … non facile da digerire … stile unico … dalle parole forti …“ – www.kurzgeschichten.de

Studi sull’anima ricchi di sfaccettature pubblicato in „Psiche. Mondi.“

 

L’edizione Anna Perenna mostra coraggio verso la complessità ed offre all’autore Lucas Edel la possibilità di rendere accessibili sei delle sue scomode storie ad una vasta gamma di lettori come Kindle-e-book.

Chi entra in relazione con „Psiche. Mondi.“, dovrebbe avere nervi saldi. A colui che osa leggere al di là delle prime righe sta di fronte una dolorosa corsa sulle montagne russe attraverso i cupi precipizi dell’anima.

 

Storie di un soldato che con le ultime forze combatte contro l‘oblio, un padre di famiglia che a Natale viene strappato via dalla cerchia dei suoi cari, un medico che riflette sul valore di un’ascia, un assistente degli anziani che si spinge ai confini della propria anima, una cantante sulla via della vecchiaia che deve ottenere la sua musica lottando ed un prete che si pone davanti ad un’esperienza proibita. Questi sono i „Psiche. Mondi.“ in cui l’autore ci rapisce.

Spietato, inarrestabile, indimenticabile.

 

Lucas Edel / Edizione Anna Perenna

Psiche. Mondi.

36 pagine, e-book, 1,99 €

Download: www.amazon.de

 

Autore Lucas Edel:

E-Mail: lucasoedel@gmail.com Homepage: http://www.lucasedel.com       

febbraio 12, 2012 Posted by | Uncategorized | Lascia un commento

Saggi (XI parte) L’immagine dell’Austria nella “Marcia di Radetzky”

Claudio Magris

L’Ulisse ebreo dell’est – Roth tra impero e Golus

II  IDILLIO E RIVOLUZIONE (prosecuzione)

Traduzione dal tedesco all’italiano di Gianni Casoni

Il borghese è perciò per Roth un essere disumano, la falsificazione di tutti i valori, sconsacrati come oggetti sacri ebrei che vengono degradati ad ornamento delle case dei ricchi. Quando lui parla dell’ebreo dell’est il suo tono cambia repentinamente : l’espressione “ borghese “ acquista un contenuto positivo, caldo e pieno di sentimento. Quando la nostalgia/ il desiderio di un mondo slavo senza storia sembra rimandare ad una dimensione agraria allora l’immagine desiderio di una individualità rimasta risparmiata dalla storia, che Roth vuole riconoscere nei tratti dell’ebreo dell’est non assimilato, assume le caratteristiche di una sembianza ideale classico borghese. I valori dei lari confermati da Roth non sono in nessun caso prototipi arcaici di una vita contadina, bensì archetipi di un idillio familiare borghese. La famiglia, punto focale dell’ordine anelato da Roth, non è una comunità di stirpe, bensì una famiglia che è fondata sul legame personale tra padre e figli, onorabilità, abitudini quotidiane che sono di genere piccolo borghese e non contadino. Il passato delle comunità degli ebrei dell’est, che Roth si dà pena di salvare, è in fondo il passato dello Shtetl, la “ piccola città “ dell’Europa dell’est. Come è stato spesso notato, la psicologia dell’ebreo dell’est è la stessa di un abitante di una città piccola e fuori mano all’interno di un paese spesso ostile, con un ritmo di vita che segue le vicissitudini delle professioni piccolo borghesi o artigianali : negozianti, commercianti sempre in giro, sarti, mediatori, proprietari terrieri (con l’eccezione dei dotti del “ jeshivoth “, le accademie talmudiche ) rappresentano i prototipi dell’ebraismo dell’est. Nel citato saggio EBREI ERRANTI Roth ribatte spesso sull’ambizione degli ebrei, che finanziariamente parlando sono al livello dei proletari o anche sotto di questi, a condurre una vita familiare misurata all’ideale del “ decoro “. Secondo le malfamate leggi di persecuzione dello zar del 1882 agli ebrei era permesso d’abitare solo nelle città, ma in quel periodo questi furono cacciati da esse in modo spavaldo quando le città furono declassate a paesi, cosa che appare simbolo del genere di vita cittadino degli ebrei.

 

Come testimone della dissoluzione/scomparsa della cultura borghese occidentale Roth è affascinato dall’ “ umano universale “, quale è presente nello shtetl, dalla totalità, – anche se in piccola misura, – dei punti di partenza obiettivi e razionali per tutti gli uomini ; è affascinato da ciò che Sartre ha chiamato la concreta universalità, cioè dai veri legami che sono presenti in/tra tutti gli individui di una società. La lingua degli ebrei dell’est, l’Jiddisch, appare come simbolo di una lingua compresa da tutti, che raggiunge a livello mondiale l’immediatezza familiare ed esemplare del dialetto. La questione del significato di essere ebreo diviene metafora del significato di essere uomo, come ha ribadito recentemente Robert Alter. Mentre le grandi letterature mondiali trattano le vicende della vita e l’essere diviso sotto più aspetti dell’uomo occidentale fino alla fine, scrivendo l’epica del decadente esteta, del borghese sconcertato o dell’intellettuale deluso da un partito, l’Jiddisch di milioni di umiliati ed offesi sembra al contrario premiare le passioni al di là di ogni confine nella verità storica del tutto concreta di un hic et nunc di una volta, passioni che sono eterne come lo scudo omerico di Achille : l’amore paterno del lattaio Tevyè, che viene colpito, ma non distrutto dalla storia, oppure il quotidiano paradiso di Schachne e Jachne, che nonostante i dolori sono felici come Filemone e Baucis, per citare casualmente due padri della letteratura jiddisch come Scholem Aleichem e Jizchak Leib Peretz. Quando nell’opera Tonio Kroeger l’omonimo protagonista del racconto definisce la letteratura russa come “ sacra “ perché in essa secondo il suo parere non c’è mai stata alcuna contraddizione disumana tra l’arte e la vita così che in questa lo scrittore non è stato il glaciale deraciné o il clown intellettuale, bensì l’interprete dal cuore tenero dell’umanità del suo mondo e la voce fraterna della sua gente, allora la concreta quotidiana sacralità, per la quale l’eroe maschile si consuma, appartiene sotto questo punto di vista ugualmente alla letteratura jiddisch. Quest’ultima appare di fatto come l’espressione di legami veri/autentici tra il poeta ed un mondo pieno di sentimenti e simpatie, come un esempio quasi unico di un cordone ombelicale tra una elaborazione personale e fantastica e la realtà dei valori quotidiani, come un collegamento diretto tra l’autore ed il pubblico, come una lingua al contempo dialettale e cosmopolita. Quando Tevyè il lattaio mette assieme l’elemento biblico, quello talmudico oppure semplicemente quello linguistico ancor’oggi tutti i lettori di Aleichem capiscono subito la manipolazione stlistica di alto godimento, mentre il lettore inglese di Eliot ha bisogno di note a piè pagina o di un qualsiasi aiuto, come ha notato giustamente Curt Leviant.

 

Per Roth l’ebraismo dell’est è il mondo dei valori dei lari, delle qualità positive, che vengono trasmessi nell’intimità casalinga, che sono stati risparmiati dallo sterminio/annientamento. Mentre la borghesia liberale occidentale è ai suoi occhi responsabile per aver cancellato la tradizione per sete di potere ed ambizione di una nuova classe (Hackert, pag. 37), la borghesia ebraica dell’est ha conservato nel grembo della famiglia le tradizioni, le leggi e quell’umanità universale che risuona nelle nostalgiche melodie jiddisch : “ Ynter die griene Beimelach …” (III, 670). Inoltre mentre all’interno della società industriale occidentale si contrappongono ed agiscono forze che danno diverse risposte, dall’egoismo di classe allo scontro audace di valori fino alla scelta rivoluzionaria, nella struttura retrograda dell’Europa dell’est non c’è alcuna possibilità di scelta per l’ebreo dell’est per il quale i sentimenti personali significano l’unico luogo di rifugio spirituale da una storia che è solo dolore e persecuzione. Di fronte alla scelta falsa/sbagliata, codarda ed ostile del filisteo occidentale sta con ciò l’accettazione senza spavento dell’impossibilità di scegliere dell’ebreo dell’est, per il quale l’intimità della tradizione non rappresenta alcun accordo/intesa di tipo conformista, alcuna sublimazione falsante o sostituzione giustificante di compromessi, ma una assoluta realtà. Perciò si tratta dunque di lodare un classicismo nel vero e proprio senso della parola, quel classicismo larico e borghese che Goethe come forza centripeda ha al caos storico e rivoluzionario, come ha provato Giuliano Baioni. Si potrebbe osare l’affermazione che, a prescindere dai risultati poetici, il classicismo della fioritura letteraria ebreo orientale da Mendele Moicher Sfurim fino a Peretz è stato più autentico di quello della Repubblica di Weimar perché più indipendente e perché non è stato usato/impiegato come mezzo ausiliare di carattere ideologico di una classe politica contro delle ideologie contrapposte di altre classi politiche. Invece esso rimase fine a sé stesso, resistendo in un disincantato scetticismo di fronte al mondo che distrugge sempre l’individualità. Nel racconto Hodel di Scholem Aleichem il lattaio Tevyè ascolta la figlia che gli racconta ardentemente del suo fidanzato, un rivoluzionario antizarista la cui intera vita “ è rivolta solo al bene delle altre persone e di tutto il mondo “. A questo punto Tevyè la interrompe : “ Si preoccupa del mondo? (…) Perché il mondo non si preoccupa di lui dal momento che lui è già una persona così eccellente/squisita? “ Chi volesse liquidare velocemente un tale individualismo come mancanza di senso di responsabilità, questo si ricordi della forzata concordanza di parabola chassidica e romanzo borghese dove sfociava in modo necessitato l’arte narrativa di Kafka, nella misura in cui era espressione drammatica della comunità ebrea di Praga che si trovava storicamente e politicamente in un vicolo cieco, cosa che ha fatto notare Giuliano Baioni. Del resto/poi/tra l’altro s’incontra questa intercambiabilità di valori ebraici e borghesi già ancora prima di Kafka e Roth, in autori jiddisch ed anche tedeschi di storie di ghetto, come per es. Salomon Kohn.

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giugno 2, 2011 Posted by | Uncategorized | Lascia un commento

“L’umiltà del male” di Franco Cassano

“L’umiltà del male” di Franco Cassano

 

Un saggio che analizza come la distanza crescente tra le elite e le masse possa pregiudicare la lotta contro quel male che sa farsi umile per sedurre la maggioranza degli uomini

 

Senza un’elite competente e coraggiosa la politica muore. Ma questa spinta morale deve sapersi confrontare con la maggioranza degli uomini, misurarsi con la loro imperfezione, deve diventare politica.

Come dimostra la figura del Grande Inquisitore, il male è un lucido conoscitore degli uomini e fonda il suo regno sulla capacità di coltivarne le debolezze. E sa adattarsi ai tempi, perché ha imparato a cambiare spalla alle sue armi: una volta esaltava la sottomissione, oggi offre con successo e su tutti i canali dosi crescenti di volgarità ed esibizionismo. Se vogliono far crollare questo potere, i migliori devono smettere di specchiarsi nella loro perfezione. Da sempre i Grandi inquisitori usano questo sentimento di superiorità per isolarli da tutti gli altri, per ridicolizzarne l’esempio e renderli innocui. Chi spera negli uomini deve inoltrarsi nella zona grigia dove abita la grande maggioranza di essi, e combattere lì, in questo territorio incerto, le strategie del male.

Franco Cassano è professore di Sociologia e di Sociologia della conoscenza alla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bari. Tra i suoi libri più recenti: Modernizzare stanca: perdere tempo, guadagnare tempo (2001), Approssimazione. Esercizi di esperienza dell’altro (2003), Homo civicus. La ragionevole follia dei beni comuni (2004) e Il pensiero meridiano (2005).

 

Stefano Crupi

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maggio 29, 2011 Posted by | Uncategorized | Lascia un commento

“Senza tacchi” di Francesca Lancini

‘Senza tacchi’ di Francesca Lancini

 Già etichettato come nuova ‘creatura’ a metà strada tra Il giovane Holden e Il Diavolo veste Prada, ‘Senza Tacchi’, scritto dall’ex modella Francesca Lancini, edito da Bompiani (pp. 240; 14,00 euro), in libreria dal 19 gennaio, offre al lettore il ritrato della venticinquenne Sofia, personaggio polivalente che raccoglie in sè i desideri di migliaia di ragazze della società contemporanea.

È milanese, laureata in lettere, figlia di una ricca famiglia borghese. I genitori sono due fantasmi, presi dal lavoro e dall’indifferenza, e lei ha una sorella quindicenne (Ginevra) superintelligente. Sebbene i libri siano il suo universo, Sofia fa la modella. Così guadagna e gira il mondo, tra Milano, Miami e Barcellona. Ha due punti di riferimento. Un libraio “maledetto” al riparo dal mondo e un amore del passato cui ha malauguratamente detto di no, per paura più che per convinzione. E mentre il mondo si polverizza in incontri e casting, sesso e finte amiche, compagne di viaggio psicolabili e improbabili, quel no detto tanto tempo fa si fa sempre più pressante. Un ritratto impietoso, commovente, a tratti esilarante, della vita di una ragazza che tenta di fare i conti con se stessa, con una famiglia distratta e un amore mai preso per quello che è.

Francesca Lancini, ex modella, è nata nel1983 aBrescia, ma per lavoro vive tra Roma e Milano. Ha sfilato per Thierry Mugler, Mariella Burani, Gattinoni, Rocco Barocco e ha lavorato in televisione su Rai2 inQuelli che il calcio condotto da Simona Ventura, su Rai 1 per il Festival di Sanremo 2006, su Canale 5 nella fiction Madame con Nancy Brilli. Al cinema ha recitato al fianco di George Clooney in Ocean’s Twelve.

Ornella Mincione

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maggio 29, 2011 Posted by | Uncategorized | Lascia un commento

Saggi (X parte) L’immagine dell’Austria nella “Marcia di Radetzky”

Claudio Magris

L’Ulisse ebreo dell’est – Roth tra impero e Golus

Traduzione dal tedesco all’italiano di Gianni Casoni. 

La presente utopia antistorica riceve un contributo decisivo dal messianismo ebraico, da quel tragico impulso che attraverso le imperversanti persecuzioni ha spinto gli ebrei a credere ad una fine violenta della storia, ad una apocalisse come presupposto per una rinascita ed una redenzione. Il messianismo diviene la via verso la rivoluzione, come viene mostrato nel cammino di vita di Julio Jurenito nell’omonimo romanzo di Ilja Ehrenburg. L’eroe tenta/cerca di accellerare il tempo e di desiderare ardentemente la fine, poiché il tempo, come nota Salcia Landmann, deve venir gettato nell’abisso della tragedia, affinché venga realizzata la distruzione e la messianica redenzione della storia attraverso la negazione totale, la caduta rivoluzionaria assoluta. Questa tradizione ebrea del messia che deve venire, quando il Male raggiunge il suo punto culminante ed i “ dolori “ della storia culminano, si è incontrata già all’inizio del secolo con il misticismo anarchico rivoluzionario e riemerge ora in una nuova forma, come ha notato Tito Perlini, nei “ pensieri negativi “ della protesta totale che, da Benjamin a Marcuse , distrugge  non solo e non così tanto le filosofie borghesi quanto piuttosto il marxismo storico e classicista, come per es. l’umanismo di Lukàcs che vuole valere piuttosto come eredità che come elemento distruttore dei valori storici.

Roth formula il problema in modo opposto. “ Ben venga uno che mi dice che devo occuparmi della grande storia! Le piccole, le piccole storielle sono quelle che io amo “ (II, 800), ribatte nell’opera I CENTO GIORNI il calzolaio polacco Jan Wokurka che rappresenta il cordone ombelicale che sta appeso alla vita. Molto lontano dall’accellerare il tempo e la fine Roth cerca di salvare “ il privato “ (II, 814), le piccole realtà individuali dalla storia e dalla guerra e si getta in questo senso nella “ pietas “ chassidica che è essenzialmente antimessianica ed antirivoluzionaria. Non per caso il chassidismo era nato nell’Europa dell’est come reazione all’ortodossia irrigidita e formalizzata e contro la mondanizzazione illuminista (Haskalah), ma anche come reazione alla tragica catastrofe del messianismo sabbatianico, il movimento di Sabbatai Zwi, che nel XVII secolo dopo le devastazioni apportate dai cosacchi e dai contadini polacchi insorti aveva annunciato la necessità di anticipare l’arrivo del messia attraverso la vittoria del Male e del peccato predicando di non rispettare affatto le leggi e le ordinanze, fino a che Sabbatai Zwi stesso giunse alla paradossa apostasia dell’islam dopo essersi dichiarato lui stesso messia. Il chassidismo reagisce a questa apocalisse rivoluzionaria e tragicamente utopica in una direzione individualista e conservatrice ; al peccato nero della “ malinconia “, il redentore, che è stato condannato da tutti i santi chassidici autori di miracoli, i celebri Zaddikim, si pone di fronte un complesso di “ credo sconfinato, gioia ultraterrena, umiltà, speranza, amore e semplicità dell’anima “, come ha espresso uno dei più grandi collezionisti di storie chassidiche, il praghese Jiri Langer – un amico di Kafka -. Gioia invece del dolore che redime, umiltà al posto dell’utopia titanica. Un’umiltà paradossale ed arrogante che nasconde in sè una fiducia in Dio faceta e senza pregiudizio a cui si può rimproverare inaffidabilità o avventatezza, come fanno i santi Jismach Mosche  e Mosche Wolf ; la protesta si espleta in ogni caso nell’ambito di un rapporto cordiale e personale, in un dialogo tra padre e figlio forse impertinente, ma pur sempre pieno d’amore. Viene Cercata nell’individualità e nella sfera intima familiare ogni risposta che rappresenta una minaccia di fronte ad ogni utopismo messianico. “ Basta di fare il redentore “, esclama l’avvocato Kiniower (I, 407) nella CRIPTA DEI CAPPUCCINI , un allegro austriaco ed un triste ebreo che è convinto che il figlio radicale dovrebbe pensare piuttosto al suo vecchio padre. Isaac Bashevis Singer, che non per puro caso ha tradotto in jiddisch La montagna incantata, ha prescisso dalla pietas chassidica quando ha interpretato nel suo romanzo Satan in Goraj (1935) il messianismo come caduta nel demoniaco ed irrazionale, come trauma di un darsi incondizionato all’irrazionale, ciò che si esprime proprio nell’utopia apocalittica e in un erotismo di gruppo isterico e misticheggiante. Nella pietas del racconto e del tramandare, cioè del conservare il chassidismo tenta di superare la storia nel miracolo quotidiano, nella festa della vita di ogni giorno e dei suoi teneri sentimenti e valori. L’aldilà non consiste in un dietrofront rivoluzionario, bensì – come ha scritto Henry Miller su Singer – “ è subito qui, quando il cielo e la terra sono tutt’uno. Ciò che Rimbaud ha chiamato Natale sulla terra. “ Roth vuole salvare le piccole storie private da ciò che Nietzsche ha inquadrato come “ il terribile spingere all’annientamento della cosiddetta storia mondiale “, similmente ad un altro eroe ebreo dell’est, il piccolo sarto Lazik Roitschwantz di Ilja Ehrenburg che si difende da ogni polizia e da tutti i regimi raccontando le sue storielle comiche e talmudiche e le sue favole impertinenti e chassidiche. “ Io sono stato schiacciato dalla grandezza della storia (…). A che scopo devo essere poi previdente nel mio cruento futuro? (…) Perché io devo dunque fuggirne o anche solo accelerare i miei passi? “ Queste parole dall’opera La vita movimentata di Lazik Roitschwantz caratterizzano anche l’atteggiamento di Roth : un tenace e fiducioso darsi da fare a costruirsi un luogo di rifugio nella tempesta della storia ; un toccante sguardo conservatore indietro verso i lari della casa così spesso distrutti ; un “Orfeo Disubbidiente” che si ripete continuamente, un continuo ed impertinente guardarsi intorno in cerca di Euridice. Il segno della pietas è la memoria, punto centrale del rito mosaico, come ha notato Haas. L’ebreo Sabbat, dice Roth nell’opera TARABAS (1934), ferma la storia (II, 174) ; la conclusione del romanzo ZIPPER E SUO PADRE (1938) gira intorno all’eternazione di ogni singola impresa umana (I, 628), ciò che ricorda la “durevolezza “ in cui Kafka voleva trovare/aiutare la realtà..

Nel senso della tradizione chassidica per Roth il raccontare rappresenta un gesto di devozione e di salvezza attraverso cui il narratore e l’ascoltatore vengono fraternizzati da sempre nuovi vincoli. Nonostante ciò il viaggio di Roth indietro nel passato non coincide con l’antistoricismo che Benjamin riconobbe nella lotta di Kafka contro la dimenticanza e nel retrocedere di Bucefalo per trasformare la vita in scrittura. Per Benjamin si tratta d’invertire i segni del passato in nome di un futuro volto alla redenzione ; per Roth di tener ferma l’esistenza fuggente e passeggera. Roth tenta di creare un ideale presente che è uguale ad un’assoluta individualità, che dal canto suo porta i tratti di una cultura borghese. Per Roth il “ borghese “ ebreo ideale sta in chiara contrapposizione con i valori borghesi o non valori della cultura occidentale. Spesso è stato notato, ed in ultima analisi in modo particolarmente preciso da Fritz Hackert (pag. 37 e seguenti) , come le simpatie di Roth oscillino qua e là tra l’aristocrazia e gli strati popolari, accompagnate da una continua e profonda avversione nei confronti della borghesia. Sulla scìa della grande critica conservatrice che si dirige “ da destra “ contro la società industriale Roth si lamenta – come Klaus, Friedell, Broch – nei suoi feuilletons e nel debole romanzo da predicatore L’ANTICRISTO (1934) del disordine dei valori, della manipolazione commerciale del mito, del dissolvimento di una gerarchia unitaria ed armonica di tutte le questioni esistenziali. Paradosso nel suo apocalittico tratteggio che vede l’età tecnologica come la fine del mondo, la critica di Roth tuttavia coincide totalmente con quella che è stata esercitata da un angolo visuale contrapposto alla società capitalista e si pone con ciò per es. accanto ad Adorno, che accusa l’irrazionalità della totalità del mondo industriale dove la razionalità di particolari dettagli viene portata agli estremi a scapito di un’attività complessiva (Hackert, pag. 37 e seguenti). Sebbene Roth esageri spesso nelle sue accuse/lamentele centra tuttavia perfettamente la banalità del male moderno : al suo spirito, che possiede un vero e proprio senso per la storia sacra, i tiranni moderni appaiono come parvenus la cui lingua zoppica. “ L’ultimo dittatore che aveva piena padronanza della sua lingua madre era Giulio Cesare “, lui scrive (III, 608). Il nazismo al contrario gli sembra essere una cloaca, che non possiede neppure la grandezza di un diluvio universale e Hitler è solo una “ banale medusa “ (III, 624). Roth ha solo del sarcasmo per gli ordini assegnati/conferiti al migliore “ cosciotto “, l’assenza educativa piccolo borghese di artisti fuorilegge, la scemenza che sorride della fotocrazia e le “ geniali “ creazioni dei sarti ; le sue frecciate si dirigono contro le svariate e diverse a seconda dell’ambito di competenza, tuttavia non più umane “ qualità “ del borghese europeo (St P, 243) e ricordano la celebre pagina di Musil sul “ geniale “ cavallo da corsa , mentre altre allusioni rimangono sul terreno di una predica patetica ed inutile che finisce per ripetersi. Alla piccola borghesia liberale occidentale Roth non perdona la non autenticità, la paura nascosta dietro false idealizzazioni, la mancanza di una verità nel bene e nel male (St P, 177) : da questa prospettiva egli ha potuto descrivere a partire dal 1923 con la TELA DEL RAGNO il processo di divenire dalla povertà filistea al nazismo, ed in numerosi romanzi e reportage – ZIPPER E SUO PADRE, LA FUGA SENZA FINE, DESTRA E SINISTRA, IL MUTO PROFETA, LA CRIPTA DEI CAPPUCCINI, i reportage dalle zone industriali – crea immagini suggestive della moderna sconsolatezza, come nella brillante allegoria della danza del morto, danza che Franz Tunda nell’opera FUGA SENZA FINE (1927) crede di vedere al suo ritorno nella città europea (II, 430 e seguenti).

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maggio 25, 2011 Posted by | Uncategorized | Lascia un commento

Saggi (IX parte) L’immagine dell’Austria nella “Marcia di Radetzky”

Claudio Magris

L’Ulisse ebreo dell’est – Roth tra impero e Golus

Traduzione dal tedesco all’italiano di Gianni Casoni. 

Come Musil e Broch (si pensi ai personaggi Tonka nell’omonima novella e a Ruzena nei Sonnambuli) anche Roth riconosce inoltre nell’elemento slavo una tale purezza che sembra permettere una piena dedizione alla vita al di là di ogni frattura/scissione intellettuale. Le parole slovene sulle labbra del padre sembrano all’eroe di Solferino nella MARCIA DI RADETZKY “ qualcosa di lontano già noto e di casalingo ormai perso “ (I, 7) , la lingua slava, che il nipote sradicato non capisce più , è come un oceano sconosciuto (I, 56) , l’impero prosegue a vivere ancora soltanto nel canto ruteno/carpato/ucraino : “ Oj nasch cisar, cisarewa “.

Nell’opera DESTRA E SINISTRA Brandeis appare come un “ mongolo, come un inquieto demone dell’est, che proprio perché è lontano dalle abitudini europee “ possiede uno stretto rapporto con la natura e con la primavera, che vengono poste sullo stesso piano della lingua russa (II, 563). Allo stesso modo nel romanzo I CENTO GIORNI vengono messi sullo stesso livello il pane fatto in casa e l’abete di Natale pieno di profumo (II, 737), e nella novella CAPOSTAZIONE FALLMERAYER (1933) alla lingua russa della contessa Walewska viene data la stessa importanza della patria (III, 78). In tutto ciò gioca certo un grosso ruolo il prevalente motivo politico, cioè l’austroslavismo, come è stato trattato da Roth nella tenace polemica antitedesca, dove questi si è spinto in avanti a tal punto da considerare tutti i popoli dell’impero come austriaci con l’eccezione degli austro-tedeschi. Qui c’è anche una parte metapolitica o per lo più uno spostamento sul piano metapolitico. La magia dell’anima slava è presente anche inconsciamente nella forza attrattiva che esercitano le “ nazioni senza storia “, se queste vengono intese secondo la tradizione, cioè come comunità di contadini locali ed in sé racchiuse, come custodi di valori non modificati che una generazione tramanda all’altra. Come ha provato Arduino Agnelli nel suo studio Questione nazionale e Socialismo proprio il pensiero austro-marxista ed in particolar modo quello di Otto Bauer aveva corretto una tale visione romantico populista vedendo nelle nazioni senza storia non isole arcaiche, ma entità storiche sopraffatte da forze oppressive e private/depredate per secoli di ogni strato guida e con ciò di ogni tradizione culturale e di ogni iniziativa politica. In questo senso tuttavia il primitivismo di Roth è tutt’altro che ironico e cosciente, come afferma Powell , esso è invece da definire sincero ed ingenuo : desidera davvero una comunità del tutto al di fuori della storia, così come Carl Joseph von Trotta desidera davvero ritornare alla vita di paese sloveno dove il tempo viene misurato da ciò che danno le donne ed i campi (I, 57). In questo modo Roth giunge ad una simbiosi ebreo-slava in nome di un comune destino senza storia. Come nel teatro ebreo a Mosca i diminutivi slavi offrono una morbidezza straordinaria ai testi jiddish (III, 485) così nell’opera LA CRIPTA DEI CAPPUCCINI lo sloveno Joseph Branco e l’ebreo galizio Manes Reisiger come interscambiabili incarnazioni di una forza naturale che non può essere ferita non possono venire danneggiati da violenze politiche. Nella MARCIA DI RADETZKY il nonno del medico militare Max Demant, l’oste/il padrone di casa ebreo, sublime e patriarcale con i suoi vecchi libri e la sua bianca barba, incarna un uomo assolutamente completo, paragonabile alla forza vigorosa del cosacco Nikita che spaventa Paul Bernheim (DESTRA E SINISTRA). L’est è senza storia come il sole che sorge là ogni mattina, e l’ebraismo è per Roth ebraismo dell’est, ciò che c’è  “ di più ebreo “ (III, 488) perché più orientale, dionisiaco e libero come Manes Reisiger che fa pensare a “ la foresta primordiale, all’uomo delle caverne, alla preistoria “ (I, 342). L’ebraismo dell’est viene posto di fronte alla situazione spirituale europea come ideale positivo ed appare come un simbolo dell’est stesso ; Brandeis può essere “ mongolo “ o “ ebreo “ mentre l’anarchico Benjamin Lenz nella TELA DEL RAGNO (1923) emana risolutezza e “ calore “ (pag. 91). L’amore di Mirjam e del cosacco nel campo di grano già alto e pronto per la mietitura (GIOBBE; II, 54) può venire inteso come simbolo di questa simbiosi, così come nella novella Il cosacco che si era perso dello scrittore jiddish Fischi Schneersohn (1887-1927) l’ebreo dell’est viene preso per un cosacco dalla confraternita di credo occidentale della sinagoga di Berlino. La “ patria “ può essere situata nell’est, ma l’est è solo il proprio paese che il protagonista del racconto di Schneersohn ha abbandonato per portare la moglie malata dai medici a Berlino. La “ patria “, l’ “ impero “, l’Austria esistono solo a casa : “ La propria patria (…) era forse ancora l’Austria “ (I, 280) , pensa Carl Joseph von Trotta.

II  IDILLIO E RIVOLUZIONE

Hermann Kesten ha scritto nella sua Ode a Joseph Roth che se lo scrittore vivesse ancora a lui “ non andrebbe bene “ Herbert Marcuse. Al di là del sottile tono del poeta da locale del caffè, che è così tipico di Kesten, la polemica allusione a Marcuse sottolinea indirettamente una parte fondamentale dell’ebraismo in Roth. Se è permesso ricondurre un fenomeno così stratificato a più livelli ad una formula schematica allora nell’ambito dell’antistoricismo ebreo si lasciano distinguere due direzioni pienamente diverse, se non persino opposte. Con riferimento al sionismo Kafka notò che gli israeliti desideravano avere una patria nello spazio al posto della loro patria diaspora che è il tempo.Forse bisognerebbe dire più precisamente che la patria degli ebrei della diaspora è da trovarsi in un’assenza di tempo. Dalla distruzione del tempio il popolo d’Israele ha continuato a vivere non più nel divenire, bensì in un libro, nelle parole e nella scrittura, nella torah che comprende anche il tempo prima ancora della creazione stessa. Il libro, ha spiegato Maurice Blanchot, significa la non esistenza del tempo ; la tradizione ebrea sembra essere articolata attraverso i secoli secondo rigidi/fissi archetipi ed il modello della ripetizione. Tutto il modo di narrare del grande scrittore jiddish ancora vivente Isaac Bashevis Singer si basa per esempio su una dimensione sincronica che prescinde da ogni categoria temporale vera e propria.

Il rifiuto della storia temporale rivela due direzioni. Con la rottura dei “ vasi sacri “, come si dice nel testo più importante della mistica ebrea, cioè nel Sohar o Libro dello splendore (XIII sec.), le scintille della luce divina sono precipitate nell’oscurità e si sono mescolate ad essa, il Bene si è unito dappertutto con il Male e la Shekhinà o la presenza di Dio è stata bandita. La patria deve trovarsi obbligatoriamente al di fuori dell’esilio, al di là della storia temporale, così come Itaca era situata lontano dalle battaglie alle mura di Troia e distante dalle tempeste marine sulla via del ritorno. Oggi la moderna utopia si collega troppo profondamente con la tematica ebrea dell’esilio nella sua rivolta antistorica. Ernst Bloch ha parlato della “ patria “ che “ sembra a tutti ricondurre alla fanciullezza e dove ancora non è stato nessuno. “ Ma Bloch cerca la patria in un futuro senza tempo, mentre Roth la vede proprio nell’assenza di tempo della fanciullezza, cioè indietro invece che avanti, ad Itaca come l’omerico Ulisse, invece che alle Colonne di Ercole come in Dante.

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maggio 21, 2011 Posted by | Uncategorized | Lascia un commento

Saggi (VIII parte) L’immagine dell’Austria nella “Marcia di Radetzky”

Claudio Magris

L’Ulisse ebreo dell’est – Roth tra impero e Golus

Traduzione dal tedesco all’italiano di Gianni Casoni. 

I  LA PATRIA

Semjon Juschkewitsch, uno scrittore ebreo di Odessa, nel suo racconto Ghetto fa tornare in vita una vecchia tradizione di quel tempo per mano di un personaggio,  “ quando noi ( cioè gli ebrei ) avevamo il nostro proprio regno. “ Secondo quella tradizione quelli che si erano resi colpevoli di particolari atti venivano spogliati, ricoperti di miele ed esposti alle api che presto sopraggiungevano. Una volta – prosegue il racconto – quando un condannato era già invaso dal primo sciame di insetti questi fu riconosciuto da un vecchio amico che passava di lì per caso. Questo si mise subito a scacciare le api per lenire i dolori dello sventurato. Ma con sua grande sorpresa gli fu richiesto dallo sventurato di lasciar perdere. “ Le api che sono disseminate nel mio corpo ficcandovi il loro pungiglione hanno compiuto la loro opera e non possono più farmi del male. Se tu le cacci via, dando così ascolto al tuo animo buono, subentreranno subito delle altre al loro posto ed i miei dolori raddoppieranno. Perciò ti prego, lascia stare le cose così come sono, e lasciami al mio destino. “

In questa novella dell’ebreo russo Juschkewitsch, nato nel 1868 e morto a Parigi nel 1927, la figura dell’eroe dolente nella sua stoica passività non si contrappone all’instabile vita umana o all’incerto destino, e neppure alle contraddizioni della vita morale, come avrebbe potuto fare uno stoico martire del barocco, bensì rifiuta la dialettica stessa della storia. Un ebreo perseguitato non si difende con la rabbia/impeto di un Prometeo contro il dolore, né tanto meno accetta il suo destino da martire in devota umiltà, ma ha sfiducia in prima linea nel cambiamento, nega la logica della storia rigettando la speranza messianica di una rivoluzione. “ Noi subiamo la storia “, dirà Kafka , mentre è a meditare nelle strade di Praga con il suo amico Gustav Janouch sull’antistoricismo ebreo; pochi anni dopo Joseph Roth scrisse nel suo saggio EBREI ERRANTI (1927) sugli ebrei dell’est:

   La maggior parte sono piccolo borghesi e proletari senza coscienza proletaria. Molti

   sono reazionari per istinto borghese, per amore della proprietà e della tradizione, ma

  anche per la paura non infondata di una situazione mutata che per gli ebrei potrebbe

  risultare non migliore della precedente. E’ una sensazione storica, nutrita da esperienze,

  che gli ebrei sono sempre le prime vittime di ogni spargimento di sangue prodotto dalla

  storia mondiale. (III, 633)

 

Certo si nota in questo ed in altri simili passi del saggio di Roth anche la necessità di controbattere la propaganda antisemita di quegli anni che mette l’ebreo – e soprattutto l’ebreo fuggiasco dell’est – sullo stesso piano del rivoluzionario ostile allo stato (oppure al contrario con lo sfruttatore capitalista). Ma c’è anche  un motivo più profondo in queste righe nelle quali emerge la tipica presenza di una storia impersonale ed automatica, di fronte alla quale l’uomo è impotente e passivo, un essere debole e senza difese che nella tempesta che si sfoga su di lui , come su di una “ cannuccia nella corrente della storia, che nuota ed è strappata via “, come scrisse Roth nella sua novella APRILE. LA STORIA DI UN AMORE (1925) (III, P 57) non può riconoscere neppure una legge causale. L’intera opera di Roth porta le caratteristiche tedesche di un romanzo storico dove la storia come divenire e scorrere viene negata; è la prova di un anelito alla fedeltà. Una fedeltà che si esprime nel salvataggio metodico e penosamente minuzioso di ogni piccolo evento della vita e di ogni consuetudine familiare, a cominciare dal pedante rituale del dialogo tra padre e figlio all’inizio delle ferie nella MARCIA DI RADETZKY (1932) fino al grottesco rifiuto del conte Morstin di accettare il mondo, quale esso è , dopo il crollo della vecchia Austria (LE BUSTE DE L’EMPEREUR, 1934). Per Roth la storia significa diaspora, esilio : e nell’esilio ogni nuovo cambiamento può significare solo un nuovo esodo/fuga dall’Egitto, una nuova diaspora oppure un nuovo pogrom. O per meglio dire, “ non c’è alcun alternarsi “, come espresse il saggio Eunuco all’irrequieto Schah. (Nell’opera : LA STORIA DELLA 1002° NOTTE, 1939; I, 634).

In quasi tutte le sue opere e particolarmente nell’opera EBREI ERRANTI Roth dirige il suo sguardo in doppio senso alle “ madri “, ad una umanità completa ed inviolata ed a una comunione di sentimenti intoccata ed immediata : il suo sguardo vale per tutto ciò che lui chiama la “ patria “, la perduta ed irraggiungibile patria. E’ noto con quanta insistenza Roth ha messo di fronte la “ patria “ al “ proprio paese “ oppure la desiderata unità di ambiente e persona alla collettività, ciò è aggressivo, razzista e barbaricamente orgoglioso del suo nazionalistico “ segno di Caino “ (III, 637). Per l’ebreo della diaspora il “proprio paese” è un’immagine al servizio degli idoli, sia sotto i brutali stivali prussiani che tra i disumani grattacieli americani; rifugio dai dolori dell’esilio, l’amore ed i sentimenti esistono solo nella patria : in una “ madrepatria “ per usare una parola che ha segnato/improntato la grande poetessa ebrea Else Laskerschueler e che secondo Giuliano Baioni “ significa una completa equiparazione di patria e madre, cioè la madre è la patria, il rifugio, la casa, il confine perduto “.

Come per così tanti altri scrittori del suo tempo, da Zweig fino a Werfel, anche per Roth è l’unico possibile paragone storico di questa “ patria “ o in ogni caso il più vicino ed il più simile quello con la realtà del tramontato impero austro-ungarico. E’ palese che gli ebrei, come nazione straniera in mezzo alle altre, si riconoscessero più facilmente in uno stato sovranazionale che poggiava, almeno teoricamente, sul fondamento di superare le nazionalità. Nel dramma di Franz Theodor Csokor Il tre Novembre 1918 viene descritto come l’astio nazionalistico s’infiammi tra gli allora appartenenti all’esercito imperiale., e come le persone sentano il richiamo dei nuovi propri paesi, o meglio il richiamo della foresta degli atavici istinti di razza che erano stati messi a sopire in uno stato amministrato burocraticamente ; l’unico che si riconosce come erede dell’Austria è l’ebreo dott. Gruen. Con l’anelito ad un impero dissolto collega Roth il suo desiderio di quella unità completa e chiusa che lui riconosce anche nella coesione delle forme religiose, umane e morali dell’ebraismo orientale, che oramai è perseguitato e minacciato anche dalle vicende/fatti. La storia, che distrugge le forme forse illusorie di questa unità , è la metastoria, un diluvio universale biblico e nel contempo sconsolatamente moderno, come la cupa pioggia che caratterizza l’inizio della Grande Guerra : “ Cominciò a piovere. Era un giovedì. Il giorno successivo, dunque venerdì , la notizia stava attaccata già a tutti gli angoli delle strade. Era il manifesto del nostro vecchio imperatore Francesco Giuseppe, e diceva : “ Ai miei popoli “ ( I, 345 ). Così Roth descrive nel suo romanzo tardo LA CRIPTA DEI CAPPUCCINI (1938) l’inizio della fine, l’inizio del crollo della vecchia Europa e di quell’impero asburgico che per lui e così tanti altri scrittori era stato un impero, una dimensione dell’anima ed una struttura spirituale ancor più che una compagine politica. Ma gli imperi cadono ed il messia non arriva : per l’ebreo dell’est Joseph Roth il crollo dell’Europa centrale diventa una parabola, una favola allegorica della lacerazione e solitudine dell’uomo moderno, che sradicato completamente, è abbandonato da tutte “ le madri “. Con ciò avvengono contemporaneamente l’emigrazione dei sopravvissuti degli Asburgo, la dissoluzione umana e religiosa degli ebrei dell’est ed il frastagliamento dell’uomo moderno – o per meglio dire dell’uomo occidentale – in generale.

Secondo la sua natura da scrittore epico Roth dovrebbe magnificare un ordine quale si trova nelle gerarchie omeriche dell’Olimpo e delle schiere achee, come Marthe Robert nel suo studio su Cervantes e Kafka ha notato con spirito acuto, o come compare nel Pantheon di Virgilio come garante di futura celebrità. Roth invece racconta sempre di un nostos, un ritorno a casa dopo una sconfitta ; il suo racconto comincia quando l’Iliade è già finita e la guerra di Troia è perduta, secondo la convinzione di Francesco Giuseppe che si “ perde esse (cioè le guerre) “ ( I, 202 ). E’ tipico di Roth di non essere mai riuscito, come appassionato sostenitore del mondo di ieri , a magnificare davvero l’impero, il passato. Quando lui richiama in vita il ricordo, allora finisce per descrivere involontariamente un mondo di fantasmi senza possibilità umane : il mondo della MARCIA DI RADETZKY è un limbo dei morti che soffoca nell’uomo ogni gioia ed energia, il mondo della STORIA DELLA 1002° NOTTE  un affascinante, ma spietato ammassarsi di convenzioni che opprimono i deboli ed i buoni come la fragile Mizzi Schinagl. Hansjuergen Boening ( pag. 127 ) ha puntato il dito sull’ambiguità che il ripensare con malinconia al “ allora/un tempo “ , allo spesso e suggestivamente usato “ allora/un tempo “ in Roth suppone : il narratore, che scrive nel dopoguerra, ripensa con malinconia alla felicità di “ un tempo “ ma i personaggi del suo racconto, che vivono nel tempo di “ allora “, trovano questo tempo opprimente  e guardano da parte loro indietro ad un “ allora “ che non c’è mai stato. Rapsodo della moderna sconsolatezza Roth s’identifica con la memoria collettiva di un lessico familiare, che è popolarmente conservativo e – in senso traslato – dialettale, e che anela alla storia di ieri, anche se la storia di ieri rimane sempre tramonto/fine, sconfitta, esilio. “ Viviamo proprio nel Golus “ è il rassegnato, imperturbabile e quasi umoristico sospiro dell’ebreo della diaspora di fronte ad ogni nuova disgrazia. Come nella mistica la cabala – in particolar modo in Yitzchaq Luria, che ha trasmesso/riportato la storica paura della cacciata degli ebrei dalla Spagna in concetti metaforici, – così anche per Roth il religioso mito dell’esilio diventa mito di riserva, simbolo dell’esilio dell’uomo moderno e di ogni essere vivente sotto un cielo di piombo alla cui fine non si apre alcun portone in un altro cielo, come pensano i deportati politici che nel suo romanzo IL PROFETA MUTO (ca. 1927-30 ) si dirigono in Siberia incatenati l’un all’altro ( pag. 97 ). L’Odissea è in Roth un ritorno a casa alla ricerca di una patria che non è da riacquistare in alcuna misura spaziale e temporale. Nel ciclo senza riscatto dell’esperienza storica la patria emerge solo in un presente storico atemporale in momenti di dimenticanza estatica che non riacquistano alcun passato determinato o determinabile dal punto di vista spaziale (che rimane sempre vuoto e desolato) ; questi momenti provocano invece una eliminazione del tempo determinando una mitica atemporalità della fanciullezza, dell’immediatezza e del rapporto completo tra l’anima e le cose. Il ritmo incalzato del racconto viene interrotto da una pausa che non è alcun richiamo in vita e racconto del passato, bensì una reale assenza di tempo, un’affascinante fanciullezza poiché questa è affascinata, che – come ha detto Maurice Blanchot – non scopre nulla e da nulla viene scoperta, ma è/esiste solo “ pur reflet (…) le rayonnement d’une image “. “ Ed era estate. Sì, era estate. “ (LA MARCIA DI RADETZKY, I, 20) Il biblico “ e “ ed il “ sì “ all’inizio trattengono un po’ ciò che non c’è mai stato, non l’estate priva di colori nella piccola città morava senza espressione, bensì la pura libertà di un ricordo indefinito, di un sospiro ed una spinta/impeto verticale per rompere il ciclo del ritorno storico, che è sempre uguale e tuttavia distruttivo. A Carl Joseph von Trotta, lo stanco nipote, appare nella mente l’mmagine del paese sloveno degli avi mai visto tra montagne sconosciute e sotto un sole altrettanto sconosciuto (I, 56); anche nel lutto per l’amico morto Max Demant il cuore di Carl Joseph von Trotta cerca rifugio nella presenza assoluta della “ patria “ : “ Si mise davanti alla carta dello stato maggiore (…) si trovava nell’estremo sud della monarchia, il bel tranquillo paese (…) E’ sera a Sipolje. Le donne stanno davanti alla fontana con fazzoletti copricapo di vari colori, tinte d’oro dal tramonto infuocato “ (I, 107). Oppure qui altri esempi : i momenti d’amore che vengono trattenuti nei pensieri della signora Taussig (I, 233) o la terra umida che cede sotto gli zoccoli dei cavalli (MARCIA DI RADETZKY; I, 123) oppure ancora le stelle che hanno un aspetto meno severo nel cielo orientale (IL FALSO PESO/IL PESO SBAGLIATO, 1937; I, 461) o il tempo del disgelo della primavera ucraina per il solitario Nikolai Brandeis nell’opera DESTRA E SINISTRA (1929; II, 562). Nel romanzo di Napoleone I CENTO GIORNI (1935) rimangono alla povera Angelina della sfortuna della storia e delle delusioni amorose solo l’eternità spirituale e fuggente della fanciullezza ad Ajaccio e le felici notti passate con il padre sulla barca (II, 698, 711).

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maggio 20, 2011 Posted by | Uncategorized | Lascia un commento

Saggi (VII parte) L’immagine dell’Austria nella “Marcia di Radetzky”

Werner G. Hoffmeister

„Un genere molto particolare di simpatia“ – Stile narrativo e descrizione dei pensieri nella “Marcia di Radetzky”

Traduzione dal tedesco all’italiano di Gianni Casoni. 

Al di fuori delle descrizioni di pensiero il ritratto satirico di Trotta viene arricchito da molti commenti diretti del narratore e da elementi descrittivi. Così dice per es. il narratore della barba a guancia di Franz Joseph von Trotta , che lui “ la portava come un pezzo d’uniforme … come prova delle sue idee dinastiche “ (26), e parla malignamente del “ passo elastico “ di von Trotta “ che i giornali erano soliti dire in lode del vecchio imperatore e che molti vecchi funzionari di stato avevano gradualmente imparato “ (143). In un dialogo con il dott. Skowronnek su suo figlio “ divide le sue preoccupazioni in principali e secondarie “ e si esprime nella caratteristica “ lingua ufficiale, lenta, un po’ nasale “ (223). Già nel primo capitolo del romanzo il narratore punta il dito sulle “ qualità medie, sempre sufficienti “ di Trotta , sul suo “ lucido e sincero intelletto “ e la sua “ scarsa fantasia “ (16). Il più caratteristico epiteto ornamentale che il narratore usa ripetutamente su Trotta è l’aggettivo “ semplice “: lo chiama una “ anima semplice “ (220,253), una “ natura semplice “ (224) e parla delle “ espressioni/concetti semplici “ che lui ha intellettualmente a disposizione.

La nostra considerazione sul modo di narrare tenuto nei riguardi dei due protagonisti del romanzo dovrebbe avere reso ben chiaro quanto il narratore, nonostante tutta la sua identificazione psicologico tecnico narrativa con i suoi personaggi, conservi i suoi propri valori e si mantenga ad un’irraggiungibile distanza critica dalle sue figure. Ciò che noi abbiamo constatato per i due protagonisti vale anche per tutti gli altri rappresentanti della monarchia presenti in questo romanzo. Soprattutto gli ufficiali intorno a Carl Joseph, ma anche l’imperatore stesso, vengono messi a nudo in parte ironicamente, in parte aggressivamente e satiricamente nella loro insufficienza. L’opinione che “ il cuore di Joseph Roth sia dalla parte della monarchia ormai sulla via del tramonto “ e che l’autore  tracci “ uno schizzo degli strati sociali pieno d’amore e di compassione nei quali vengono alla luce con la massima chiarezza le tendenze al mantenimento della vecchia Austria “ (Lukacs, pag. 148), non regge ad una considerazione critica nei confronti dell’opera. E quell’interprete che non distingue tra i sentimenti del narratore e quelli dei personaggi  e che giunge alla conclusione che il romanzo trasmette al lettore “ intatta “ la “ magia dell’epoca “ (Boening, pag. 185), non comprende la complessità tecnico narrativa ed il contenuto critico sociale dell’opera ad essa collegato.

Lo stile narrativo è sicuramente solo un aspetto del romanzo sotto il quale si racchiude il suo contenuto critico sociale. Un’analisi di gran lungo respiro delle componenti critico sociali dovrebbe porre la domanda fino a che punto gli elementi d’azione del romanzo episodicamente graziosi, considerati più da vicino davvero in primo piano siano in fondo solo un pretesto narrativo per una descrizione della situazione in cui si tratta più di una rappresentazione critica delle fragili convenzioni, usi, modi di pensare e d’agire nella monarchia decadente che del destino dei singoli personaggi. La vita di Carl Joseph va avanti in maniera triviale : storie d’amore, questioni d’onore, compagnie da circolo, bevute, gioco d’azzardo e debiti sono tipici processi di vita per il tenente imperiale. Ma Joseph Roth rende la trivialità degli avvenimenti tematicamente significativa poiché in essa sono rappresentate la mentalità e la compagine sociale dell’epoca. Forse Carl Joseph e suo padre devono venire considerati soprattutto come figure di contatto che introducono il lettore negli ambienti sociali – qua la casta degli ufficiali, là quella dei funzionari – che sono decisivi per lo spirito del tempo. Le più significative dal punto di vista artistico sono forse quelle scene della MARCIA DI RADETZKY che non portano avanti la trama/azione, ma che invece fanno luce sull’epoca nel tipo di quadri di genere. Sono scene in cui Roth fa vedere i costumi del periodo che precede la guerra concentrandosi su dettagli molto ricchi d’atmosfera e sui gesti ed i modi di dire delle persone; in questa occasione Roth mette in moto una procedura di realismo critico sociale di cui Theodor Fontane ed il giovane Thomas Mann sono i suoi precursori. A tali quadri di genere appartengono per es. le scene di casinò nelle quali vengono mostrate noia, monotonia ed assenza di spirito presenti nella vita delle classi privilegiate; il pranzo a casa del capitano distrettuale dove il rituale da festa copre l’assenza di relazioni umane; oppure i dialoghi del capitano distrettuale con il capo banda/direttore d’orchestra Nechwal e con altre persone di non par lignaggio del tutto improntati dalla convenzione e dalla coscienza di stato sociale. In queste scene non accade niente di essenziale, in esse non si delinea alcuna azione vera e propria. Ma con opprimente pregnanza in questi quadri si mette davanti agli occhi una compagine sociale ormai al tramonto di cui Robert Musil nell’opera L’uomo senza qualità (pag. 529) diceva : “ Non era accaduto niente nella Cacania, e prima si sarebbe pensato che questa è in effetti la vecchia, non appariscente cultura cacanica, ma questo niente era ora così inquietante come il non poter dormire o il non poter capire. “

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maggio 19, 2011 Posted by | Uncategorized | Lascia un commento

Saggi (VI parte) L’immagine dell’Austria nella “Marcia di Radetzky”

Werner G. Hoffmeister

„Un genere molto particolare di simpatia“ – Stile narrativo e descrizione dei pensieri nella “Marcia di Radetzky”

Traduzione dal tedesco all’italiano di Gianni Casoni. 

Dall’esposto rapporto del narratore con Carl Joseph, come viene articolato nelle descrizioni di coscienza e nei commenti del narratore, ne esce in una lettura critica un’immagine meno positiva del personaggio del tenente. Non si può proprio parlare di una idealizzazione romantica dell’ufficiale imperiale. Invece Roth traccia l’immagine di un giovane ufficiale dalla debole forza di volontà, malaticcio e pallido, per molti punti di vista ingenuo e limitato, che su disposizione del padre e per l’onore della famiglia indossa l’uniforme, sebbene senta segretamente il desiderio della vita semplice dei suoi avi contadini sloveni. Come modello d’obbligo e di monito, così vuole l’onore della famiglia, deve valere per lui suo nonno, l’ “eroe di Solferino “ : “ Ci si doveva sempre fermare dal nonno per rinforzarsi un po’ “ (108). Dai suoi colleghi Carl Joseph si distingue per essere per una sfumatura più sensibile, malinconico e passivo di questi. Se si volesse infilare nell’immagine del personaggio anche la trama del romanzo allora ne verrebbe fuori che Carl Joseph prende raramente l’iniziativa, agisce raramente in modo sensato ed efficace, si lascia trasportare nella maggior parte delle situazioni ed è più l’oggetto degli eventi e delle circostanze che il loro soggetto. Le sue due storie d’amore cominciano col fatto che lui viene sedotto da una donna più anziana e matura di lui.

Le faccende d’onore nelle quali Carl Joseph viene coinvolto vengono sistemate da altre persone. L’unica azione militare che gli viene richiesta lo mostra senza testa e lo spinge ad un’analisi di sé stesso che deve venire annientata dalla “parte più elevata”. Anche i suoi debiti vengono saldati dall’imperatore. E quando Carl Joseph alla fine prende commiato dall’esercito, questa non è espressione di una convinzione a lungo maturata, bensì una reazione impulsiva ad una “ scena “ nella quale lui ha perso il suo autodominio. Già poco tempo dopo Roth ironicamente gli fa indossare com’è ovvio di nuovo l’uniforme quando scoppia la guerra. La morte di Carl Joseph, che ha luogo durante il ritiro dal suo battaglione mentre è intento a portare acqua ai suoi inferiori, sta sotto una strana luce: l’azione con la quale provoca la morte è avventata e militarmente irresponsabile; forse è la realizzazione di un latente desiderio di morte. Di gran lunga del tutto lontano da corrispondere all’idea di un’eroica morte in battaglia questa sembra piuttosto anche un gesto di valorosità e nobile umanità. Il rapporto del narratore e del lettore con Carl Joseph rimane ambivalente anche nella situazione di morte.

Carl Joseph von Trotta appartiene ad un tipo di personaggio letterario che gioca un ruolo significativo nella rappresentazione critico sociale sia del periodo prima della guerra tedesco che in quello austriaco. Nonostante tutte le variazioni individuali all’interno di questo tipo si lasciano rimandare a lui Botho von Rienaecker di Theodor Fontane ( Irrungen Wirrungen ), Woldemar von Stechlin e Schach von Wuthenow, il tenente Gustl e Wilhelm von Kasda di Arthur Schnitzler (Spiel im Morgengrauen), Joachim von Pasenow  di Hermann Broch ed parecchi personaggi con ruoli secondari nell’opera del primo Thomas Mann. E’ il tipo del giovane ufficiale, il cui rapporto con le norme della società è divenuto problematico, perché lui non le può più interiormente giustificare; troppo debole, troppo sensibile, troppo passivo per potere esercitare la professione di ufficiale senza pensar troppo e senza estraniamento interiore; che durante lo scontro tra la richiesta di felicità personale e le richieste sociali non finisce per naufragare né finisce per giungere ad un compromesso privato insoddisfacente. Poiché i personaggi di questo tipo incarnano la mediocrità umana, ma sono al contempo appartenenti ad uno strato sociale privilegiato con coscienza di classe ben pronunciata ed un rigido codice d’onore allora si lascia in essi efficacemente creare una tensione tra l’essere personale e le convenzioni societarie sovraindividuali. Nel grado in cui Carl Joseph ed i suoi simili per spirito si sottomettono ai meccanismi della società ne consegue che la loro vita diventa vuota e priva di significato; contemporaneamente si manifesta la fragilità e la vuotezza delle norme e convenzioni a cui non si crede più.

Anche la vita del padre di Carl Joseph von Trotta viene rappresentata tutt’altro che come significativa. Anche il capitano distrettuale, un rappresentante davvero eccellente del pensiero conservatore  dal punto di vista letterario, viene tenuto costantemente sotto il controllo critico del narratore. L’immagine caratteriale di questo personaggio statico, il cui raggio d’azione nelle vicende del romanzo risulta estremamente limitato, viene costruita dall’autore soprattutto in due modi : in primo luogo attraverso descrizioni di eventi di tutti i giorni, tipici, ripetibili e situazioni nella vita del capitano distrettuale ( esempi : pranzi rituali, dialoghi formali col figlio, comportamento arrogante con il personale e con persone di diverso grado sociale per nascita, corrispondenza rigido-formale con Carl Joseph, frequentazione di locali da caffè, passeggiate, partite a scacchi con il dott. Skowronnek.), in secondo luogo attraverso la riproduzione dei pensieri, opinioni e idee caratteristici di lui. Roth si comporta con il capitano distrettuale similmente a Musil nell’opera L’uomo senza qualità dove vengono presi in giro i punti di vista del generale von Bordwehr e del conte Leinsdorf attraverso analisi interiori ironicamente stilizzate. Il culmine di queste descrizioni di pensiero non si trova, come in Carl Joseph, nell’ambito privato e individuale della vita interiore, bensì nei punti di vista politici e sociali e nei cliché di pensiero di questo burocrate strenuamente conservatore. L’ironica aggressività di cui Roth ha fornito soprattutto queste parti del romanzo conferisce all’opera un effetto satirico fino ad ora troppo poco preso in considerazione. Nel capitano distrettuale l’autore caratterizza e prende in giro la realtà sociale dello stato monarchico che viene servito dal funzionario amministrativo, come dice il pittore Moser, in qualità di “ sostituto/vice “.  Un tipico exposé di pensiero appare quando il signor von Trotta si preoccupa dell’influenza demoralizzante dei “ socialdemocratici di lingua tedesca “ : “ Tutto ciò che le parti disubbidienti della popolazione intraprendevano per indebolire lo stato, per offendere immediatamente o in modo indiretto Sua Maestà, l’imperatore, per rendere le leggi più impotenti di quanto comunque non lo fossero già, per rompere la tranquillità, per ferire il decoro, per schernire la dignità, per costruire scuole ceche, per imporre deputati dell’opposizione: tutto ciò erano azioni intraprese contro lui stesso, il capitano distrettuale “ (131). La forma stilistica del discorso vissuto serve qui a scoprire ironicamente il modo di pensare reazionario. Il narratore si ritira totalmente offrendo i punti di vista di Trotta in un stile da resoconto marcatamente obiettivo, ma proprio attraverso la secca oggettività i pensieri vengono minati criticamente e messi a nudo come dubbi. Un sottile sottotono umoristico, che si mostra soprattutto nella scelta del vocabolo e nel parallelismo sintattico lega il narratore ed il lettore contro il capitano distrettuale.

La rinnegazione del signor von Trotta dalla prospettiva dello sguardo introspettivo/interiore con l’aiuto del discorso vissuto può venire proposta anche in modo chiaramente comico. Quando il capitano distrettuale si decide a far visita a suo figlio nella lontana guarnigione di confine, si dice : “ Lui aveva un’idea inusuale del confine orientale della monarchia. Due dei suoi compagni di scuola erano stati trasferiti in quel lontano paese della corona a causa di penosi errori d’ufficio, ai cui bordi si sentiva probabilmente già urlare il vento siberiano. Orsi e lupi e mostruosità ancora peggiori, come pidocchi e cimici, minacciavano là la civilizzata Austria. I contadini ruteni facevano sacrifici agli dei pagani, e gli ebrei si scatenavano crudelmente contro i beni stranieri. Il signor von Trotta portò con sé la sua vecchia pistola a tamburo “ (142). E’ strano come un funzionario di provincia non proprio dotato di fantasia tenti di farsi un’idea dei pericoli che lo potrebbero minacciare in un’altra provincia non appena lascia il suo mondo “ civilizzato “. La scena è doppiamente comica perché il lettore sa che Trotta stesso proviene da una provincia di confine – quella meridionale – e che i suoi antenati erano contadini sloveni. Grazie all’atto eroico di suo padre Trotta è divenuto velocemente un austriaco fedele che guarda le province slave dall’alto verso il basso, con sfiducia ed arroganza.

Nella caratterizzazione interiore del capitano distrettuale accanto all’uso frequente del discorso vissuto si trova anche il resoconto di pensiero in cui il narratore viene fuori come mediatore :

   “Le minoranze nazionali” erano per i suoi concetti nient’altro che grandi comunità “

   d’individui rivoluzionari “. Sì, era circondato solo e soltanto da individui rivoluzionari.

   Credette persino di notare che questi si moltiplicavano in un modo innaturale, in un

   modo che non corrisponde all’essere umano. Per il capitano distrettuale era diventato

   del tutto evidente che gli “ elementi fedeli allo stato “ divenivano sempre più sterili

   dando alla luce sempre meno figli, come provavano le statistiche dei censimenti della

   popolazione che lui talvolta sfogliava. (214)

 

La forma del discorso indiretto ( “ per i suoi concetti “, “ credeva “, “ per il capitano distrettuale era diventato del tutto evidente “ ) nonché i concetti racchiusi tra le virgolette sottolineano qui l’atteggiamento referendario critico del narratore che prende per così dire le distanze da quanto detto. Il risentimento di Trotta verso le minoranze nonché la sua sensazione di minaccia portata da elementi ostili allo stato vengono messi a nudo in modo satirico umorista all’inizio del 16 ° capitolo in un lungo passo di cui la nostra citazione dà solo un assaggio. L’agitatore Cak, che “ apparteneva al partito socialdemocratico e tuttavia nel suo reggimento era divenuto caporale “ (214), gli dà da pensare che “ tutto il mondo consista da cechi : una nazione che lui considera ostinata, testarda e scema “ (214). Nella figura del capitano distrettuale Joseph Roth dà un importante contributo alla rappresentazione letteraria della mentalità prefascista che si stava sviluppando all’interno dell’impero.

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maggio 18, 2011 Posted by | Uncategorized | Lascia un commento

Saggi (V parte) L’immagine dell’Austria nella “Marcia di Radetzky”

Werner G. Hoffmeister

„Un genere molto particolare di simpatia“ – Stile narrativo e descrizione dei pensieri nella “Marcia di Radetzky”

Traduzione dal tedesco all’italiano di Gianni Casoni. 

Anche là dove Carl Joseph viene coinvolto nella trama del romanzo, dove nella sua avventatezza ed ingenuità s’invischia nel caso d’onore del suo amico, il medico di reggimento dott. Demant, il narratore lo mostra prevalentemente dall’interno, e più precisamente come personaggio che riflette, fantastica e prova compassione. Come così spesso quando Carl Joseph è sconcertato, emerge la figura d’obbligo del nonno nella sua immaginazione: “Che cosa avrebbe fatto l’eroe di Solferino in questa situazione?” (90).Il lettore non può fare a meno d’intendere questo pensiero che ritorna in modo forzato come ironico rimando del narratore all’impotenza di Carl Joseph. L’unica azione nella quale Carl Joseph si mostra deciso è quando in una lettera informa suo padre sugli avvenimenti. Dopo si dice laconicamente:”Ora sembrò al tenente di aver superato il momento più difficile” (90). Il giovane tenente ulano non fa alcun tentativo, agendo – un po’ da mediatore – d’intervenire nel caso provocato da lui, si dà invece a lamenti egocentrici sull’ingiusto destino. I suoi pensieri che lo tormentano culminano nell’idea che la morte lo perseguiti nel suo cammino di vita: “Come le pietre miliari sulla via di altre persone sulla via di Trotta giacevano le pietre sepolcrali! Lui era certo che non avrebbe mai più rivisto l’amico proprio come non aveva più rivisto Caterina. Mai più! Davanti agli occhi di Carl Joseph si stendeva questa parola senza sponda né confine, un mare morto di sorda eternità. Il piccolo tenente strinse il debole bianco pugno contro il grande ingranaggio nero che faceva rullare avanti le lapidi “(91). In questo passo percepiamo di nuovo non soltanto Carl Joseph, bensì anche il narratore ironico, passo in cui si mescolano il discorso vissuto ed il resoconto di pensiero. L’intensità dell’espressione dei sentimenti ed il metaforismo ad alta tensione devono venire ascritti al campo del vissuto di Carl Joseph; proprio per il fatto che il narratore riproduce lo stile di pensiero di Carl Joseph in modo referente questi finisce per distanziarsi interiormente da lui, ed al lettore viene fatto capire che gli si presenta davanti a sé un’autodrammatizzazione patetica di Carl Joseph legata alla situazione. Alla fine la superiorità del narratore viene pronunciata apertamente nell’arrogante constatazione:” Il piccolo tenente strinse il debole pugno bianco …” Poco dopo il narratore fa ripetere a Carl Joseph questo gesto: “Strinse il suo pugno, andò alla finestra per alzarlo al cielo. Ma invece alzò solo i suoi occhi “ (91). L’interiore stato d’agitazione di Trotta finisce con questo gesto sostitutivo che per il lettore rappresenta un segno della sua debolezza ed impotenza.  Il narratore porta il suo personaggio all’esagerazione e all’autodrammatizzazione non solo nello stile di pensiero e nella mimica, anche nei contenuti lo corregge: poco più avanti fa incontrare Carl Joseph col dott. Demant, in questo frangente l’enfatico “Mai più!” di Carl Joseph viene effettivamente ripreso indietro.

Questo stratagemma narrativo, mettere in bocca al personaggio un’affermazione presumibilmente errata e con ciò richiedere al lettore un atteggiamento critico, si trova spesso nel modo più effettivo durante la scena nella quale Carl Joseph si gode la magnificenza e la fastosità del Corpus Domini a Vienna e dalla magnificenza esterna dello spettacolo trae la conclusione sulla forza vitale della monarchia: “No, il mondo non era finito, come Chojnicki aveva detto, si vedeva con i propri occhi  come vivesse ancora!” (181). Il narratore segnala al lettore che Carl Joseph è vittima di un’illusione ottica.

I desideri, le nostalgie e le illusioni di Carl Joseph vengono riferiti dal narratore in modo ugualmente così critico come i suoi problemi e le sue depressioni. La triste e monotona esistenza del tenente nella provincia orientale dell’impero va avanti senza avvenimenti degni di nota che avrebbero la funzione d’accendere la sua gioia di vita e le sue speranze. Solo la sua relazione con la signora von Taussig gli dà di tanto in tanto motivo per un giudizio positivo sulla sua esistenza ed il suo proprio valore.

   Sì, è così che iniziò ciò che lui chiamava “vita”, e ciò che a quel tempo era forse anche

   vita:il viaggio nella comoda vettura tra gli intensi odori della primavera matura, a

   fianco di una donna dalla quale si veniva amati. Ognuno dei suoi sguardi delicati gli

   sembrava giustificare la sua giovane convinzione di essere un uomo eccellente dalle

   tante virtù e persino un “famoso ufficiale” nel senso in cui si usava questa parola

   all’interno dell’esercito. Si ricordò di essere stato triste quasi per tutta la sua vita,

   schivo, si poteva già dire: amareggiato. Ma così come ora lui credeva di conoscersi, non

   capiva più perché era stato triste, schivo ed amareggiato. (183)

 

Il narratore ed il lettore sanno che Carl Joseph “ non vive a pieno la propria vita ”, che l’amore della signora von Taussig è dividibile e volubile e che lui può essere davvero un “famoso ufficiale” nel senso del gergo militare, ciò vuol dire un mediocre rappresentante della casta ed assolutamente privo di quelle “tante virtù” che lui tende ad assegnarsi. L’autostima di Carl Joseph è sottoposta ai suoi stati d’animo e dipende dalle varie situazioni del momento, la coscienza della sua continuità di vita è limitata, l’alta stima di sé e l’autocompassione si alternano l’un con l’altra. Non appena viene abbandonato dall’alta stima di sé, e precisamente già poco dopo, dice  a sé stesso “ che lui già da tanto tempo non era più maestro della sua fortuna, e non era più un eccellente uomo con virtù di ogni tipo. Era piuttosto povero e misero e pieno di malinconia …” (186).

L’opinione critica del narratore su Carl Joseph si è mostrata nei citati passi di testo soprattutto nel fatto che il narratore mantiene in piedi la sua propria prospettiva di giudizio e valutazione nonostante tutte le apparenti identificazioni totali con la sua figura. L’identificazione è una parte della tattica narrativa psicologica, è una parte della “simpatia letteraria” che richiede ogni realistica rappresentazione umana a metà. Tuttavia non significa che il narratore si perde nella sua figura e che il suo orizzonte si riduce all’ampiezza d’orizzonte del personaggio. L’orizzonte del narratore e con lui quello del lettore è anzi di gran lunga superiore a quello della figura, i suoi valori sono fondamentalmente diversi da quelli di Carl Joseph. Poiché i confini tra mentalità del narratore e mentalità dei personaggi non si cancellano mai interamente al lettore rimane intatta un’istanza narrativa obiettiva dalla quale lui riceve segnali per giudicare il personaggio e l’andamento narrativo. Poiché il narratore in questo genere di descrizione di coscienza prende di mira non solo il suo personaggio, bensì contemporaneamente anche il lettore si può parlare di una prospettiva di narrazione ambivalente e spezzata.

Il narratore esprime la sua superiorità critica spesso anche affatto velatamente e senza ambivalenze nel commento diretto. Nelle molte situazioni in cui la limitatezza spirituale di Carl Joseph o la sua impotenza diventano evidenti il narratore schernisce apertamente il suo personaggio. Quando Carl Joseph riceve l’incarico di sopprimere la dimostrazione degli operai, un ufficiale descrive i lavoratori di fabbrica come “poveri diavoli” e aggiunge : “ Forse alla fine hanno ragione!” La reazione di Carl Joseph viene riportata così: “Al tenente Trotta non era ancora venuto in mente che questi erano dei poveretti e che potevano avere ragione. L’osservazione del capitano gli sembrava ora giusta, e lui non dubitava più sul fatto che fossero poveri diavoli” (191). Durante gli scontri tra l’esercito comandato da von Trotta e gli operai il tenente viene mostrato in prevalenza in stato pensante ed irrisoluto. In un passo si dice con arroganza e compassione: “E come stava davanti alla sua colonna il povero tenente Trotta … “ (194), e un’altra volta il narratore si prende gioco del fatto che su Trotta “ sia giunta la forza sublime di guardarsi in faccia “ (195). Nell’unica azione militare che nel romanzo viene richiesta a Trotta il narratore concede alle sue riflessioni molto più spazio che ai tumulti stessi. Solo all’ultimo secondo Carl Joseph dà l’ordine di sparare, quando il rappresentante dell’amministrazione civile lo incita a ciò.

La limitatezza intellettuale di carl Joseph viene messa a nudo senza ambivalenze dal narratore quando Carl Joseph si mette a riflettere sul fatto che esistono altri stati su cui l’imperatore Francesco Giuseppe non regna dove ci sono altri eserciti, altre guarnigioni ed innumerevoli altri tenenti: “ Era altamente sconcertante concedersi a tali pensieri; per un tenente della monarchia ugualmente così sconcertante come per uno di noi riflettere sul fatto che la Terra sia solo uno dei tanti milioni e bilioni di corpi celesti “ (188). In un tale commento, che prende di mira l’orizzonte culturale di un tipico rappresentante del corpo ufficiali austriaco, Roth si avvicina ad uno stile satirico che è caratteristico dell’opera di Robert Musil L’uomo senza qualità.

In molte situazioni il narratore rinnega il suo personaggio con una piccola svolta, spesso nella forma di un umoristico o ironico colpo ai fianchi, così per es. quando parla del “ cervello militare “ di von Trotta (245) oppure delle “ numerose situazioni penose … dove era solito appianare “ (110), oppure del fatto che la sua amante lo faceva “ più giovane, proprio come lui stesso faceva, più stupido e sconcertato, proprio come faceva lui “ (232).

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maggio 17, 2011 Posted by | Uncategorized | Lascia un commento

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